| |
|
|
|
|
|
|
|
beppesalvia.it |
Sommari
di tutti i numeri di Braci
|
Ultimi versi di lume bianco ora m'assembra lieta e povera e lieve luce questa mia terra dei morti dove all'alzata ormai dei giorni io nascondo, m'ha aperta la finestra non so quale dei venti m'ha veduto di là forse uno strambo bimbo morto, io dormo in un presepe di fango e di lucerne, a quest'alba nel gelo una lista d'ombra mi schiara per mezzo e in me dimora, schiva face a quegli occhi nel viso fa cenno cenere di bistro, l'avviva, chiara è la vita e tutta viva a questo mio mare di mezzo in me vero e dolente, di che l'insegna in ciclo buio oscura. da che t'affanni in levitare eloquio a strambo stile dei versi e d'abbandono hai limite e sicura abilità di dire in eguale virtù e vuoto, so che ti par selvatica una tale miseria di questione e vanti libertà dell'occhio e della preda che verità fosse e senza idea. passione a ricercare avida meta, più che in te certa attenzione è in quella, a che cristallo di fragile corso di rugiada giù dal ramo si figuri e intenda e da sé rappresentato l'ordine del mondo in suo disordine. del tempo mio sogno d'universo che si dispone a compiere è l'eguale. in sua misura e per sua misura ogni cosa ch'è in sé non sa misura e cosa, ma per intanto vanità e verità sono quelle ammirate che tutto a questo perdifiato colto stolto mi fan sembrare. non quelle alle finestre tue le belle insegne, non è che sogno nudo silenzioso, io m'avvedo alla morte, è là la morte. cosa immortal minima dice lode. misura non è per ridere di Leopardi. io non ho tempo, e non ho voglia all'arte. l'angiole che son matte non son dèi, volano alte in cielo. Quando molte al suo trogolo le mele mézze dei porci sembrano verdazzurre frotte di nubi in cielo e son corolle false d'arcigno odore in un brago fetente, in vespro arde ferrigna l'aria, terse celesti l'iridi ammalate tonde del verro versano nella pietra e nel ciclo. Esclamativo il vano moto sgraziato che assomma, a far dello universo l'epifonematico velo. Io segno nero su bianco. - tanto può e vale gentilezza italiana! la notte ha reso le pareti bianche della mia stanza e le parole bianche, i petali della rosa sfioriti su le pagine aperte dei Riti di Castità, io non so più mentire, tra le mie morte cose vivere, seguitar me m'abbandono, canto e di mai veri ricordi l'impazzire del mondo e le sue rime serrate, io, sono quasi cieco attorno a me la notte, vivo già morto e affanno a cose cieche che una cieca pencolante illumina, la luna dal lucernaio azzurra, il letto bianco. cose davvero vaste e silenziose intorno, poi tanta castità del male, ancora la pietà perdonami un'ultima volta, un'ultima volta ammaestra d'una soltanto mia pace la tenebrosa maraviglia stolta cui mi piace cennare e mi conduce per mano or questa fida voluttà al mio danno al mio silenzio all'ironia della sorte ineluttabile fato. ma più per questo buio che io so m'annego, per vedere da vitrea superficie il funebre raccatto, e poi davvero infinita follia.
|
© 2005 Mauro Biuzzi |