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  Sommari di tutti i numeri di Braci
- Elenco dei sommari
Braci n. 1, 25 novembre 1980
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Braci n. 2, 16 febbraio 1981
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Copertina e sommario 
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Canzone d'estate 
-
Inverno 
-  
Il genio d'un luogo adesso è spettro
Braci n. 3, settembre 1981
- Copertina (di Mauro Biuzzi) e sommario 
Braci n. 4, 10 dicembre 1981
- Copertina (di Beppe Salvia) e sommario
- Inverno dello scrivere nemico
-   In merito al lavoro di E. Cecchi sui romantici inglesi
Braci n. 5, maggio 1982
- Copertina (di Giuseppe Salvatori) e sommario
-        Manifesto (di Mauro Biuzzi e Giuseppe Salvatori, dedicato alla memoria di Vincenzo Agnetti) 
Braci n. 6, ottobre 1982
- Copertina e sommario 
- Appunti 1982 
Braci n. 7, marzo 1983
- Copertina e sommario 
Braci n. 0, gennaio-marzo 1984 
- Copertina e sommario
- Ultimi versi
- Cuore
 
 
Testi e poesie di Beppe Salvia pubblicati nella rivista Braci.


Ultimi versi



di lume bianco ora m'assembra lieta
e povera e lieve luce questa mia
terra dei morti dove all'alzata ormai
dei giorni io nascondo, m'ha aperta
la finestra non so quale dei venti
m'ha veduto di là forse uno strambo
bimbo morto, io dormo in un presepe
di fango e di lucerne, a quest'alba
nel gelo una lista d'ombra mi schiara
per mezzo e in me dimora, schiva face
a quegli occhi nel viso fa cenno
cenere di bistro, l'avviva, chiara
è la vita e tutta viva a questo mio
mare di mezzo in me vero e dolente,
di che l'insegna in ciclo buio oscura.



da che t'affanni in levitare eloquio
a strambo stile dei versi e d'abbandono
hai limite e sicura abilità
di dire in eguale virtù e vuoto,
so che ti par selvatica una tale
miseria di questione e vanti
libertà dell'occhio e della preda
che verità fosse e senza idea.

passione a ricercare avida meta,
più che in te certa attenzione è in quella,
a che cristallo di fragile corso
di rugiada giù dal ramo si figuri
e intenda e da sé rappresentato
l'ordine del mondo in suo disordine.



del tempo mio sogno d'universo
che si dispone a compiere è l'eguale.
in sua misura e per sua misura
ogni cosa ch'è in sé non sa misura
e cosa, ma per intanto vanità
e verità sono quelle ammirate
che tutto a questo perdifiato colto
stolto mi fan sembrare. non quelle
alle finestre tue le belle insegne,
non è che sogno nudo silenzioso,
io m'avvedo alla morte, è là la morte.

cosa immortal minima dice lode.
misura non è per ridere di Leopardi.
io non ho tempo, e non ho voglia all'arte.



l'angiole che son matte non son dèi,
volano alte in cielo. Quando molte
al suo trogolo le mele mézze dei
porci sembrano verdazzurre frotte
di nubi in cielo e son corolle false
d'arcigno odore in un brago fetente,
in vespro arde ferrigna l'aria, terse
celesti l'iridi ammalate tonde
del verro versano nella pietra e
nel ciclo.
Esclamativo il vano moto
sgraziato che assomma, a far dello
universo l'epifonematico
velo. Io segno nero
su bianco.

-  tanto può
   e vale
   gentilezza italiana!



la notte ha reso le pareti bianche
della mia stanza e le parole bianche,
i petali della rosa sfioriti
su le pagine aperte dei Riti
di Castità, io non so più mentire,
tra le mie morte cose vivere,

seguitar me m'abbandono, canto
e di mai veri ricordi l'impazzire
del mondo e le sue rime serrate, io,
sono quasi cieco attorno a me la notte,
vivo già morto e affanno a cose cieche
che una cieca pencolante illumina,

la luna dal lucernaio azzurra,
il letto bianco.



cose davvero vaste e silenziose
intorno, poi tanta castità del male,
ancora la pietà perdonami
un'ultima volta, un'ultima volta
ammaestra d'una soltanto mia pace
la tenebrosa maraviglia stolta
cui mi piace cennare e mi conduce
per mano or questa fida voluttà
al mio danno al mio silenzio all'ironia
della sorte ineluttabile fato.
ma più per questo buio che io so
m'annego, per vedere da vitrea
superficie il funebre raccatto,
e poi davvero infinita follia.




© 2005 Mauro Biuzzi