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beppesalvia.it |
Sommari
di tutti i numeri di Braci
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Testi
e poesie di Beppe Salvia pubblicati nella rivista Braci. Inverno dello scrivere nemico Attorno alle pene alle mene al lene inverno dello scrivere nemico voglio fare deserto e andarmene dove sacrificato il dire, l'eco di quelle chiose tanto inutili, dei sentimenti così esangui, della tresca gentile per disutili smanie render verbo, parola angui- forme stolida e stentorea, ecco dove tutto dimenticato sia; perché così dietro un muro a secco, una finestretta con scuri e senza vetri menzogneri, là medicherò l'animo mio in una contraddanza. Ma questo assai discreto annoiarsi quanto garba l'animo mio, quale distratto, in questi giorni così arsi, è e conviene; pure, se quest'ale prendo e mi volo per i riarsi sentimenti esangui, esposti alle mature stille dei flutti tersi che l'onda nella sabbia fine da le lontane rive spande, pure, sento contrarsi un fremito, e assopito mi sveglio e veglio ancora il canto di quest'acqua che distratto seguito a distrarre da me come se un canto qual'è, fosse capace, e quel che medito, di dirmi cose care a mio mal vezzo. Ahi che Stanchezza mi giunge adesso, addosso, e mi sottrae il cuore mio, tutto guel che non fosse inganno, ressa d’esorcismi, malagrazia del dio, tutto che il sole m'ha nutrito; Essa ingenera una paziente chio- sa di morte sensi mente bellezza, che pare farmi desto e invece, ch'io sappia, mi dice, quanto non può Vero farsi salute, corpo tanto forte, cuore di zucchero, mente di pietra. Così nulla accade, mi dice, e il Vero verità franca e cortese induce a morte; e nulla tradirà l'arguta pietra primeva, che non muove o si desta. Chiude l'alba una notte troppo fredda, apre le porte crette al nuovo giorno che saprà d'autunno, l'inizio d'anno nuovo, ottobre s'inghirlanda, s'infredda un nuovo aire ch'è fratello all' occaso di quel giorno inusato ch'ora palesa un suo destino pretto, e l'altro voglio misurar, d'una malvagia o- ra il tocco, e s'aprono soffitti incerti nel cielo, chiudon le corolle i fiori, ora si misura il metro dei certi intendimenti, s'apre il sipario goffo, al boccascena appaiono mestizia e il canto dolente d'un'arietta buffa. Usbergo non ho se non l'orgoglio che piano e inorgoglioso natura mi dette per vincere un male oggi inasprito; e dunque affinerò quell'arte pia che di posare dice su un cuore amico il cuore mio, e riposar le membra come la voce; il palpito amico che d'ansia è preso riposa nell'ombra ora destata distanti i suoni e remota ogni vaghezza delle voci giù nella via come un ascolto più quieto come universo mi si slarga in petto, m'apre una voce viva ch'io non sapeva e che parla più piana più segreta, ed aperta a consonanze che rapito m'hanno a lor stanze feconde. Non nutrica certezza è il dire dono d'oblio alle povere chicchere d'un astruso servizio che posava su un tavolo quadrato, segnato zodi- aco di quarzite, e ci serviva la bevanda nera per un'oscura pazienza d'agonismo ove dadi segnati della misura breve di un numero cui nuoce l'usura s'a- privano alla clausura d'un gioco d'a- gonìa, l'incerto pregio s'avea d'un'aggraziata fanciulla malìa che il ramo sottace e svela il sorriso dell'aspre novelle bacche di cera. Salgo
il sommo d'un colle e quel clivo |
© 2005 Mauro Biuzzi |