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Braci
n. 2, 16 febbraio 1981
Inverno Mi sono provato a costringermi al vento di queste contrade. Tant'è, cosa perdo? Ho seguito i miei passi in malcelate strade. E conducevano al tempio. Tutte. Alla biblioteca imperiale. Dove non v'è pagina inutile. Ma, sono vestito coi cenci del guerriero ed ho attraversato la peste. Mi sarà difficile entrare. E poi che leggere più, che consultare quali garbugli dirimere? In un tonfo nelle acque fredde di Kades l'esercito è perito. Io, il disertore, ho potuto vedere, e vivere, quella sconfitta. Da allora io so che mi attende. Al capestro niente altro che un grido. E, pel resto, mi paiono bianche le notti e buio da alba a tramonto. Si può vivere in una gabbia di tizzoni infuocati. Al limitare di neve e foresta. O sotto la neve, dentro la foresta. Si può tutto dimenticare, essere dimenticati. Si può spezzare negli occhi una fiala di acqua venefica, e che li bruci. Si può vivere ciechi. Si può essere appena viventi sotto un soffitto di ferro, spostandosi a passi a tentacoli mossi. Si può non avere assistito non avere un nome non credere. Si può essere al mezzo d'un segnale di fascine che brucia. Al limitare di neve e foresta. Un fuoco a forma di X. Si può morire dunque. Io scrivo di notte, mi suggerisco che scrivere. Io vivo in quei fogli davanti. Mi piacciono bianchi, mi piacciono scritti. Mi piace se canta Lydia Lunch alla radio o Victoria Spivey. Non sono ordinato. Le mie righe lo sono. Distinte le une dall'altre. Perché è peccato sciupare una notte per non dire che il vero. Il mio mestiere l'ho appreso soltanto da me. Io distinguo due cose nel buio. Io penso, e posso, ordinatamente, contraffare tutto che mi circonda. Io ricordo, ed ogni memoria niente m'è possibile mutare. Questo v'insegno: v'è arte e sappiatela usare; è possibile altrimenti sapere di sé, a tal modo affranti che il dolore ormai tutto comprendendo, al cuore soltanto affidi la beffa sua più bella e più mìsera, dimenticare. hanno corso hanno inseguito le volpi nella baia di neve tra alberi quieti. poi notte e nel sonno dei vieti cacciatori tornano gli odori della neve, la spina del gelo negli occhi, nei cuori il colore del sangue il sangue tra i denti veri dei segugi, e in gocce giù buca la neve, fredde a latrare le urla dei cani.
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© 2005 Mauro Biuzzi |