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Braci
n. 1, 25 novembre 1980
Il lume accanto allo scrittoio
Noi proviamo in questa notte a scrivere della vita e della morte. La
letteratura ufficiale ancora adombra con grave e dimessa incuria la
volontà di lenire (sorridere è uno stile come tacere)
e ispira, subìto pentita, nuove rinnovate schiere di verseggiatori
sentimentali e scolari giustamente beffardi. In queste nostre pagine
dunque noi proviamo a far vivere ogni nostro dolore o limite o sofferenza
o gioia poiché vogliamo ridare allo scritto, un pensiero vergato
perché rimanga, il suo più immediato valore che è
quello di partecipare esso stesso del vivere, e far vivere anche noi
che fuggiamo altrimenti, nel suo duplice calore di ricordo e d'attesa.
Poiché del presente il pensare è fuggiasco.
E noi, noi moderni, costretti a sperare o dimenticare, riviviamo ogni
giorno un giorno troppo uguale. Si perde così ogni passione.
Anche perché le passioni non più scritte o coltivate in
una scrittura interiore son tutte eguali.
E il piacere è gioia e la gioia è dolore.
E il ricordo felicità e la felicità dimenticanza.
Allora non più i nostri versi si ingannano se appaiono confusi,
ma ben più grato è il nostro amore per essi se un disteso
piacere li rende aggraziati e al contempo un rigore di pensiero li provi
al diffuso dolore.
Per non rischiare di contemplare i nostri volti abbiano scritto di essi.
Poiché un volto pur bello, e se bello ancor più, ha la
virtù di sparire rimediarsi allontanare il suo più profondo
rilievo.
Altrimenti in quelle parole a fatica tratte a descrivere passioni e
orrori la bellezza è seconda. Il favore che ad esse parole scrivendo
chiediamo è di rifletterci il volto mille volte lo stesso le
mille volte che esso, è mutevole il tempo, s'acciglia e si trasforma.
Non è semplice chiedere questo; è come sedurre il destino,
ma nell'opera è l'opera. Il merito e il valore ce ne disinteressiamo.
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